Ferite interiori: come si generano e come iniziare a guarirle

Rifiuto, abbandono, umiliazione, tradimento e ingiustizia: sono cinque le principali ferite emotive che condizionano maggiormente la nostra esistenza, impedendoci di attrarre a noi quello che desideriamo veramente.

Magari non l’abbiamo ancora riconosciuta o forse non vogliamo vederla, ma in realtà almeno una ferita c’è. E spesso non ce n’è solo una, ce ne sono diverse, e possono coesistere anche fra di loro.

In questo articolo scoprirai come e quando queste ferite si sono create e cosa puoi iniziare a fare ora per sanarle, così che tu riesca ad abbandonare gli atteggiamenti che non ti sono utili e manifestare la tua vita più autentica.


Come si creano queste ferite?

La maggior parte delle nostre ferite interiori si generano durante l’infanzia, quando noi siamo in uno stato psico-cognitivo ancora non totalmente sviluppato, e quindi non riusciamo ad attribuire un senso logico a tutto quello che ci succede.

In particolar modo, una ferita interiore si crea ogni volta che un nostro bisogno primario non viene corrisposto e perciò noi proviamo dolore, senza però sapere bene il perché.

Ad esempio, fin da piccoli sentiamo il bisogno primario di sopravvivere, ma se non riceviamo le risorse necessarie per farlo o una protezione adeguata, tutto questo ci causa una grande sofferenza e può andare appunto a determinare una ferita, una ferita che rimane dentro di noi.

La stessa cosa può avvenire se ci viene negato il bisogno primario dell’esistenza. Tutti noi necessitiamo di essere visti, percepiti, e di sapere che c’è qualcuno che è consapevole che esistiamo. Se questo viene a mancare e la nostra presenza viene ignorata, l’esperienza è così dolorosa da poter recare un’altra ferita interiore. 

Anche nel caso in cui qualcuno rifiuti il bisogno primario dell’appartenenza può succedere lo stesso. Se la nostra necessità di sapere che non siamo soli, che facciamo parte di un gruppo o di un certo tipo di relazione viene delusa, ecco che si crea un’ulteriore ferita interiore.

Come reagiamo a queste ferite?

Vi ho parlato di esperienze avvenute durante l’infanzia, ma in realtà queste cose possono capitare anche in altri contesti, perché in fondo possiamo rimanere feriti profondamente a qualsiasi età, no?

Nasciamo esseri puri, possediamo potenzialità e caratteristiche che non abbiamo il timore di mostrare al mondo. Poco a poco, però, attraverso la crescita, l’educazione e i feedback che riceviamo dall’esterno, iniziamo a renderci conto che esistono delle regole e ci accorgiamo, ad esempio, che non va bene gridare, che non bisogna far rumore, che non dobbiamo andare a letto tardi o che non dobbiamo piangere, perché appunto chi ci sta attorno ci insegna così.

Dunque, anche le direttive e i rimproveri che riceviamo nel corso della nostra vita possono infliggere in noi delle ferite emotive.

E per sfuggire alla possibilità di sentire ancora il dolore di queste ferite, noi che cosa facciamo? Iniziamo ad adottare dei comportamenti specifici, ad assumere determinati ruoli, a indossare delle maschere, proprio come ti raccontavo qui.

Se viviamo inconsapevoli di quelle che sono le nostre ferite, il rischio è quindi quello di continuare ad agire in risposta a queste ferite, perpetuando dei meccanismi di compensazione che purtroppo danneggiano la nostra quotidianità.

A ogni ferita la sua maschera

Se volessimo fare una categorizzazione delle ferite interiori e delle rispettive maschere compensative, potremmo racchiuderle in queste cinque tipologie.

1. Il rifiuto

La ferita del rifiuto avviene se noi, appena nasciamo, in qualche modo sentiamo di non essere desiderati, di non essere benvoluti o di non essere accettati nell'ambiente familiare in cui ci troviamo.

Magari nasciamo femmina invece di maschio o viceversa, o veniamo alla luce in un momento in cui i nostri genitori non sono ancora totalmente pronti ad accoglierci. Sta di fatto che noi arriviamo felici e contenti su questo mondo, eppure continuiamo ad avere l'impressione che non dovremmo essere lì.

A seguito della ferita del rifiuto, di solito reagiamo mettendoci la maschera della persona solitaria o fuggitiva. Tendiamo a isolarci dagli altri proprio per paura che qualora ci aprissimo, creassimo una relazione con loro e mostrassimo la nostra vulnerabilità, non verremmo accettati totalmente o apprezzati per come siamo, e quindi ci sentiremmo rifiutati.

Allora, piuttosto che risvegliare il dolore della ferita del rifiuto, la persona solitaria decide di starsene per i fatti suoi, di fuggire dalle amicizie, di non impegnarsi seriamente nelle relazioni, comportandosi appunto in maniera sfuggente.

3. L’abbandono

La seconda ferita, quella dell’abbandono, avviene invece se ci troviamo in una situazione in cui qualcuno ci ama, ci vuole bene e ci vuole, ma per qualche motivo non può stare con noi, non può darci il suo tempo e la sua attenzione.

Questo accade se, ad esempio, i nostri genitori divorziano e quindi, nonostante ci vogliano bene, decidono di separarsi. Oppure succede se avviene un lutto in famiglia e una persona a noi cara ci lascia per percorrere il suo cammino. O ancora, se magari quell'amica a cui volevamo tanto bene si trasferisce da un'altra parte, “lasciandoci indietro”.

Anche in questa situazione, la sensazione dell’abbandono genera una ferita così profonda che la persona - proprio per evitare che qualcun altro la abbandoni e sparisca dalla sua vita, riaprendo quella ferita - mette su una maschera, la maschera della persona indipendente, che non ha bisogno di nessuno.

3. L’umiliazione

La terza ferita è quella dell’umiliazione, e questa generalmente nasce durante la prima infanzia, se chi ci sta attorno - il genitore, il vicino, lo zio o la persona di turno - continua a buttarci giù, dandoci dello stupido e del buono a nulla, oppure ci deride e ci fa vergognare per qualcosa, come ad esempio l’aver fatto la pipì a letto.

Se questo avviene, è chiaro che noi ne rimaniamo molto feriti. E se subiamo questa ferita, come reagiamo? Ci mettiamo la maschera del people-pleaser, cioè di quella persona che si sacrifica affinché gli altri la possano apprezzare. Quindi mette in secondo piano i suoi bisogni, proprio per sfuggire all’umiliazione di qualcuno che la critichi.

Nelle dinamiche di coppia, in particolare, questo succede molto spesso. Uno dei due partner fa di tutto per diventare la copia perfetta di quello che l’altro vuole, fino a poi rendersi conto di aver perso ogni contatto con sé stesso.

4. Il tradimento

La ferita del tradimento non si riferisce solo al tradimento “vero e proprio”, quello che avviene in una relazione amorosa, ma riguarda anche altri tipi di tradimenti, dove noi abbiamo fiducia in qualcuno e crediamo ciecamente in lui, e questo infine ci delude, violando “gli accordi” presi.

Questo può capitare se da piccoli ci dicono “Guarda che se fai il bravo ti compro la macchinina”, e poi la macchinina non arriva. Oppure se ci dicono “Guarda che se fai la brava ti porto al parco giochi”, e poi magari quel giorno piove e non ci portano, senza però spiegarci il perché.

In tal modo, questi piccoli e grandi tradimenti ci portano a metterci addosso la maschera del controllo. Per cui, piuttosto che temere che qualcuno tradisca la nostra fiducia o non rispetti la parola data, facciamo tutto da noi e, allo stesso tempo, manteniamo rigidamente il controllo sulla situazione, per assicurarci che le cose vadano sempre per il meglio.

5. L’ingiustizia

Infine, abbiamo la ferita dell’ingiustizia, che ha luogo se da piccoli veniamo messi a confronto con qualcun altro, oppure se ci viene chiesto qualcosa che non siamo in grado di fare, come ad esempio andare bene in matematica quando invece magari la nostra è un’intelligenza di tipo linguistico o musicale.

Cosa succede se noi continuiamo a subire quella che percepiamo essere un’ingiustizia? A un certo punto ricerchiamo il perfezionismo, proprio per paura di sentirci paragonati agli altri e di non sentirci abbastanza. Oppure, ci mettiamo la maschera della rigidità emotiva e chiudiamo le porte al resto, nascondendo ciò che proviamo anche a noi stessi, e costruendoci una corazza protettiva in cui poterci sentire al sicuro.

Magari non ci accorgiamo neanche di aver sviluppato questa maschera, perché in fondo pensiamo di stare bene così. Tuttavia, non esprimendo ciò che sentiamo, reprimiamo una parte importante di noi, e non ci rendiamo conto che in verità possiamo decidere come vogliamo vivere le nostre emozioni, come vogliamo manifestare il nostro affetto, come vogliamo comunicare con il nostro partner, i nostri genitori, i nostri amici e così via.

Come sanare queste ferite

Insomma, le maschere che si generano in risposta alle nostre ferite interiori possono farci stare parecchio male: generano comportamenti e situazioni che ci impediscono di vivere in maniera serena e si ripercuotono anche sulle nostre relazioni, laddove continuiamo ad attirare a noi le persone che risvegliano quelle ferite e ci fanno soffrire.

Se ti riconosci in quasi tutte le ferite di cui ti ho parlato, tranquilla, anche per me è stato così. Queste, in realtà, sono delle ottime opportunità. Ci permettono di guardarci dentro e di comprendere il motivo delle nostre reazioni e dei nostri atteggiamenti, avviando la nostra guarigione.

Ecco perché è importante prenderne consapevolezza ora, quando siamo adulti e possiamo acquisire gli strumenti giusti per lavorarci sopra ed evitare che nuove ferite vengano inflitte. Non perché ci isoliamo mettendo su una maschera, ma perché di fronte a nuove situazioni riusciamo a capire che cosa sta succedendo e cosa stiamo provando, e di conseguenza fare scelte migliori.

Allora, una volta che ci accorgiamo di avere queste ferite, cosa possiamo fare? Dobbiamo iniziare a prenderci cura di quello che è conosciuto come il nostro “bambino interiore”, ovvero quella parte di noi che ha subito queste ferite e che, dal momento che è rimasta bambina, non ha gli strumenti cognitivi per capire, metabolizzare e risolvere le cose per conto suo.

Tutti noi abbiamo questa componente, ed essa ci parla in tantissimi modi. Ogni tanto viene fuori e cerca di richiamare la nostra attenzione perché ha bisogno di noi, e magari si esprime con la rabbia, con la paura, con la frustrazione o ancora con la tristezza.

Molto spesso, però, noi non ci rendiamo conto della sua presenza. Oppure - specialmente se non siamo consapevoli delle nostre ferite - tendiamo a non voler sentire quello che ha da dirci, e andiamo avanti, perpetuando dinamiche relazionali o professionali che, come dicevamo, non ci servono e ci fanno del male.

Perciò, quando la nostra bambina interiore richiede la nostra presenza, la cosa migliore che possiamo fare è esserci per lei e darle oggi ciò che avrebbe voluto ricevere e che non ha ricevuto ai tempi, vale a dire ciò di cui aveva bisogno nel momento in cui le sue ferite interiori si sono generate.

Instaurando un dialogo con lei, noi svolgiamo quello che in inglese viene chiamato re-parenting. E tramite questa pratica noi diventiamo - come dice la parola stessa - i genitori di noi stesse: ci prendiamo cura di noi, riscopriamo le nostre emozioni, diamo voce a quello che abbiamo dentro, ci diamo il permesso di esprimere i nostri bisogni e magari ci rendiamo conto che desideriamo altro e riflettiamo su come possiamo ottenerlo e manifestarlo.

Così facendo, noi risaniamo le nostre ferite interiori e pian piano torniamo a sentirci complete. E, alleggerendoci del peso del dolore e della paura, andiamo avanti.

Da dove cominciare

A questo punto, è il momento di tirare fuori il tuo journal e di rispondere alle seguenti domande. Ti aiuteranno a prendere consapevolezza di quali ferite sono state attivate e a iniziare a lavorare su questi aspetti.

Per prima cosa, ripercorri mentalmente il tuo passato e identifica quando potrebbe essere stato un momento in cui una ferita interiore si è generata.

Ti anticipo che magari non lo troverai subito perché potrebbe essere un evento un po’ nascosto nell’inconscio.

Quindi, se non riesci a individuare un momento preciso, definisci più o meno il periodo in cui pensi che sia successo, e vedrai che riflettendoci sopra una risposta più completa arriverà.

Se dovessi descrivere il momento in cui questa ferita si è generata, come lo descriveresti? Che cos’è accaduto di preciso? 

Vai a riprendere queste memorie e chiediti anche: Chi c’era con me? Chi era l’altra persona o le altre persone coinvolte? E che cosa hanno detto? Che cosa hanno fatto?

Ora che sei tornata in quel momento passato, poniti la domanda più importante: Che cosa avresti voluto, invece, che quella persona o quelle persone avessero fatto per te? Che cosa avresti voluto che ti avessero detto?

Poi, dopo aver risposto a queste domande, passa allo step successivo e dedicati al perdono.

Noi oggi siamo cresciuti, possiamo vedere queste situazioni con occhio diverso, e possiamo accorgerci che la persona o le persone coinvolte si sono dovute comportare in quel modo perché magari c’erano determinate circostanze in atto e pertanto non sono riuscite a darci quello che desideravamo.

È bene ricordare che ognuno fa il meglio di quello che può in ogni momento, al massimo delle sue conoscenze, capacità e competenze. Allora eventualmente possiamo smetterla di puntare il dito verso gli altri e iniziare a praticare il perdono, cominciando a essere noi le prime persone a darci quello di cui abbiamo bisogno.


Quella del re-parenting è una pratica quotidiana avanzata che approfondiamo bene nel percorso Alchimia dell’Anima. Puoi comunque iniziare già a creare le tue frasi, i tuoi gesti, i tuoi atti simbolici per prenderti cura della tua bambina interiore, così da riuscire a darle l’amore di cui ha bisogno nei momenti di difficoltà.

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Tu, oltre il tuo ruolo: come toglierti la maschera e riscoprire la tua Essenza

Come risponderesti alla domanda “Chi sei?”? Apparentemente questa domanda potrà sembrarti scontata, ma in realtà nasconde qualcosa di molto profondo.

Generalmente, quando incontriamo qualcuno di nuovo, ci presentiamo facendogli sapere il nostro nome e cognome, la nostra età, la nostra professione, cosa ci piace fare, ecc. ecc. Se però lasciassimo da parte tutte queste informazioni, cosa ne rimarrebbe realmente di noi?

Quando andiamo oltre queste etichette, ci rendiamo conto che dentro di noi c’è qualcosa di molto più intrinseco e reale. C'è qualcosa che è arrivato su questo mondo in maniera del tutto pura: la nostra anima.

Cosa succede però quando cresciamo e iniziamo a interagire con le altre persone? Lo vediamo insieme in questo articolo. Ti guiderò ad andare oltre le maschere che indossi per riscoprire la tua vera Essenza.


L’identità

Come dicevo, man mano che cresciamo iniziamo a sperimentare la vita e a interagire con le persone che ci stanno attorno, soprattutto con i nostri familiari.

Durante questo processo inizia a formarsi il nostro carattere, la nostra personalità. È come se prima fossimo stati un pezzo di plastilina senza forma e adesso, attraverso queste esperienze, continuiamo a plasmare la nostra identità, o quello che in psicologia viene chiamato Ego.

Molti credono che l’Ego sia qualcosa da dover combattere, da dover annientare, che lo scopo sia quello di trascenderlo. Ma in realtà non è per niente così!

L’Ego è semplicemente un costrutto che abbiamo creato per identificare chi siamo, è un insieme di programmi mentali e di comportamenti che noi mettiamo in atto e che (nota bene) sono condizionati, ovvero sono derivati da situazioni passate che abbiamo vissuto e che abbiamo assimilato senza neanche rendercene conto.

L’Ego nasce quindi dalle nostre abitudini, da quello che abbiamo imparato nel corso della nostra vita, dall’educazione che abbiamo ricevuto. È la nostra identità, o meglio, quello che noi crediamo di essere. E contiene anche quelle che sono le nostre opinioni, i nostri desideri, le nostre preferenze e i nostri giudizi riguardo noi stessi, qualcun altro o una situazione con cui ci confrontiamo.

Sulla base di ciò, una persona qualsiasi potrebbe essersi creata un Ego nel quale si riconosce, ad esempio, come una brava persona. Oppure, potrebbe aver deciso - non consciamente, ma attraverso le diverse esperienze che ha fatto - di essere una persona spirituale, una persona positiva, una persona indipendente, una persona proattiva, una persona determinata e via dicendo. O ancora potrebbe rivedersi in caratteristiche più negative, e definirsi una persona svampita o una frana in amore, nel caso in cui abbia avuto diverse delusioni sentimentali.

La gabbia

Tutti gli aggettivi che noi utilizziamo per descriverci sono quindi le etichette che vanno a formare il nostro Ego. Tuttavia, attenzione! Nel momento in cui ci associamo completamente ed esclusivamente a una etichetta, quella rischia di trasformarsi in una gabbia. Rischia di diventare il ruolo nel quale ci identifichiamo e dal quale non riusciamo più a uscire.

Mettiamo caso che tu ti veda come una brava persona, e perciò hai determinate convinzioni e credenze a riguardo. In tal caso inizierai a dirti che “Dato che sono una brava persona devo comportarmi in un certo modo”, e di conseguenza non potrai fare questo, quello o quell’altro. Ugualmente se ti vedi come una persona spirituale, potresti convincerti del fatto che “Dato che sono una persona spirituale, non posso interessarmi di cose materiali”, e così via.

Vedi: anche quando apparentemente l’etichetta che ci creiamo è positiva, c’è il rischio che diventi così rigida e restrittiva da ritrovarci intrappolate al suo interno, perché da questa dipendono tutti i comportamenti che ci consentiamo e non ci consentiamo di mettere in atto.

Questa cosa può andarci bene per un certo periodo, finché non inizia a starci stretta. Ce ne rendiamo conto quando iniziamo a sentire dentro di noi delle emozioni che indicano che qualcosa non sta andando come vorremmo. E, ad esempio, nel ruolo della brava persona cominciamo a sentirci sfruttate e ci accorgiamo che ci sacrifichiamo sempre per gli altri e che le persone ne approfittano.

I sistemi

Qui subentra un altro aspetto importante da tenere in conto, ovvero che in tutto questo non siamo degli individui isolati, non siamo degli esseri a sé stanti che vivono in una bolla. Al contrario, viviamo in un ambiente sociale e relazionale che può essere visto come un sistema, piccolo o grande a dipendenza dalla contesto in cui ci troviamo.

Il contesto familiare, ad esempio, già di per sé è un sistema: ci sono io e poi c’è mia madre, mio padre, i miei fratelli, i miei cugini ecc. ecc. Anche il contesto lavorativo è un sistema dove io interagisco con il mio capo, i miei colleghi e i miei collaboratori. Oppure con gli amici, anche lì si crea un sistema interpersonale.

Ecco. Dentro a ognuno di questi sistemi si creano delle dinamiche, dei funzionamenti che danno vita, mantengono e fanno funzionare quello specifico sistema. Ma questo cosa implica precisamente?

Come noi abbiamo un ruolo individuale, anche le persone con cui interagiamo hanno un loro ruolo. Quindi, quando io agisco ad esempio nel ruolo della brava persona, magari l’altra persona agisce nel ruolo dell’approfittatrice. E questo suo ruolo funziona fintanto che io continuo a mantenere il mio.

La stessa cosa può accadere quando io entro nel ruolo della persona indipendente che se la cava sempre da sola ed è capace di trovare la soluzione a tutto. Dato che mi comporto in questo modo, c’è la possibilità che all’interno del sistema di cui faccio parte, un mio parente o un mio familiare entri nel ruolo di quello che si appoggia e si affida sempre a me (tanto penso a tutto io, no?).

E quindi si creano - sempre a livello inconscio - delle dinamiche che mantengono il sistema equilibrato e funzionante. Un po’ come una sorta di gioco di squadra, dove ognuno ha il proprio ruolo e questi ruoli coesistono assieme, rafforzandosi a vicenda.

Uno dei sistemi più conosciuti, che probabilmente avrai già vissuto in una maniera o nell’altra, è quello che viene definito il “triangolo drammatico di Karpman”.

Questo è composto da tre ruoli principali: la vittima, ovvero la persona che soffre, che si lamenta, che crede che tutti le vogliono male e che capitano sempre tutte a lei; il carnefice, quello che punta il dito contro gli altri, che è sempre lì un po’ incazzoso a criticare e giudicare perché sono tutti incompetenti e il mondo fa schifo; e infine il salvatore (o la salvatrice), quella persona che arriva sempre in aiuto di chi ha bisogno, che risolve le cose, che trova le soluzioni, che si sacrifica pur di salvare gli altri, mettendo i suoi bisogni in secondo piano.

Capita spessissimo che noi entriamo in uno o più di questi ruoli. Magari iniziamo facendo la vittima e quindi vediamo tutto nero e cerchiamo qualcuno che ci dia quello che ci serve. Possiamo iniziare così e poi passare dalla parte del carnefice, cominciando a incolpare chiunque altro (eccetto noi stesse) se la nostra vita non va come vorremmo. E allo stesso modo potremmo entrare anche nel ruolo della salvatrice, come quando, ad esempio, ci sentiamo di dover rassicurare a tutti i costi quell’amica che ci chiama la sera tardi per chiedere il nostro aiuto.

Il cambiamento

Se ci fermiamo a osservare, è quasi inevitabile prendere consapevolezza di quante dinamiche e quanti ruoli sono in atto nelle nostre vite.

Allora, quando mi accorgo che l’identità e il ruolo che sto conducendo mi sta stretto e non mi va più bene, cosa succede se decido di spezzare l’equilibrio che si è creato e cambiare quelle dinamiche sistemiche nelle quali mi trovo?

Purtroppo questi cambiamenti non sono semplici e immediati, specialmente perché l’altra persona consciamente o inconsciamente potrà fare di tutto per resistere. Magari perché gli fa comodo la situazione attuale e si sentirà destabilizzata e impaurita di fronte alla prospettiva di mettersi in discussione.

Quando iniziamo a lavorare su di noi, iniziamo a crescere, iniziamo a chiederci chi siamo e chi vogliamo essere. E pian piano iniziamo anche a cambiare il nostro ruolo e a stabilire dei confini per prenderci cura di noi stesse e preservare la nostra energia.

Così facendo andremo inevitabilmente a creare degli scompensi nel sistema, degli squilibri di cui è probabile che gli altri ci faranno sentire in colpa, perché “Vedi?! Non sei più la persona di una volta”, “Un tempo potevo contare su di te e adesso invece…”, “Da quando frequenti quello e quell’altro non sei più la stessa”, ecc. ecc.

Intorno a noi potremmo quindi percepire delle resistenze ai nostri cambiamenti. Se però vogliamo volerci veramente bene, vogliamo essere noi stesse appieno e vogliamo esprimere tutto il nostro potere e il nostro potenziale, ci deve essere un momento in cui le persone a noi care dovranno capirci e adattarsi per creare insieme dei compromessi. Può darsi che non lo capiranno subito. Ma questa sarà una grande opportunità anche per loro di guardarsi dentro e andare oltre il loro ruolo.

E coloro che non riusciranno ad accettare la reale versione di noi stesse? Forse è meglio perderli per strada... O cambiare il tipo di rapporto che abbiamo con loro. È chiaro che sul momento può essere molto doloroso. Si creeranno però dei nuovi sistemi e delle nuove dinamiche con nuova gente in linea con chi siamo, con chi vogliamo essere e con i nostri nuovi ruoli.

La pratica

Quali sono i passi da compiere una volta che ti rendi conto che c’è un triangolo drammatico in atto, o semplicemente una dinamica sistemica che non ti corrisponde più?

1. Prenditi la responsabilità del cambiamento

Il primo passo è proprio quello di prenderti la responsabilità, rendendoti conto che la persona che risente di questo problema sei proprio tu, non l’altra, non quello che fa la vittima, il salvatore o il carnefice, non il genitore di turno, né il compagno di turno. Sei tu che ti sei accorta che il problema esiste a risentirne.

A questo punto non puoi iniziare a lamentarti e aspettare che siano gli altri a cambiare, perché aspetteresti cent’anni. Le altre persone del sistema sono resistenti al cambiamento, a loro fa comodo stare in quel ruolo, ricordi?

Quindi, inizia a chiederti cosa puoi fare TU. Tocca a te cambiare!

2. Riconosci qual è il copione in atto

Abbiamo parlato di dinamiche sistemiche e di equilibri che si mantengono e si rafforzano. Perciò immagina di essere a teatro e di avere una sorta di copione che stai mettendo in atto nei rapporti della tua vita.

Inizia a fare attenzione a come ti comporti e a come gli altri reagiscono a questi tuoi comportamenti. Identifica le reazioni a catena che ne derivano, le risposte a seguire.

Quando inizi a renderti sempre più conto di cosa sta succedendo attorno a te, puoi passare al terzo passaggio.

3. Fai qualcosa di diverso

Probabilmente adesso ti starai chiedendo come puoi cambiare il copione che è in corso. Il terzo passaggio comincia con un bel brainstorming a riguardo.

Se ti sei accorta, ad esempio, che il copione in atto è quello in cui, ogni volta che la tua amica ti chiama a mezzanotte in balia delle sue fisime mentali, tu alzi la cornetta nonostante la stanchezza, inizia a riflettere su quello che puoi fare di diverso in questa situazione.

Puoi non risponderle. Oppure puoi scriverle prima per dirle che stai andando a dormire. Puoi anche parlarle e spiegarle che nonostante tu voglia aiutarla, ti rendi conto che la sera sei molto stanca e hai bisogno di riposarti, e che quindi preferiresti che ti chiamasse, ad esempio, alle 4 del pomeriggio.

Insomma, descrivi che cosa puoi accettare e che cosa no. Definisci dei confini chiari e salutari per te e il rapporto in questione.

4. Supera il disagio

Nel fare questo, nel fare qualcosa di diverso, ti avverto però. Ti sarà richiesto di uscire dalla tua zona di comfort, perché il momento in cui tu ti rifiuterai di dare l’aiuto a chi hai sempre dato aiuto creerà disagio sia a te che all’altra persona.

Inizialmente, quando il copione cambierà, abbiamo detto che all’altro potrà dare fastidio, ci sarà resistenza. Magari inizierà a farti sentire in colpa, inizierà a darti dell’egoista, inizierà a fare la vittima, inizia a richiedere e ad aspettarsi da te il vostro solito copione.

Allora tieni duro. Devi superare il disagio e persistere. Tieni a mente che non stai facendo tutto questo per ferire l’altro, ma perché hai la necessità di ritornare a te stessa e di crearti dei nuovi ruoli in cui senti di appartenere.

5. Abbi pazienza e sii costante

In conclusione, non è che i ruoli sono sbagliati, sono naturali. Tuttavia, dobbiamo interrogarci profondamente su quale sia il ruolo che vogliamo avere quando interagiamo con gli altri.

Ricordati anche che nulla accade così in una notte. Le abitudini richiedono tempo. Quindi più riusciamo a cambiare il nostro copione e a mantenerlo, più anche l’altra persona sarà chiamata a cambiare di conseguenza, per riassestare l’equilibrio del sistema.

Sii consapevole che è un processo e da parte tua richiede molta consapevolezza e determinazione. Troppo spesso ci sacrifichiamo senza rendercene nemmeno conto. Poi finiamo per scoppiare e riversare rabbia, frustrazione nei nostri confronti. E magari ci ammaliamo pure.

Quindi forza, metti te stessa al primo posto. Ritrova il desiderio di esserti fedele, e scappa a gambe levate da tutte quelle dinamiche che non ti sono utili!


Se hai qualche domanda o vuoi approfondire il tuo rapporto con i ruoli e le maschere, vieni a parlarne nel gruppo Facebook Shine Your Light. È un luogo protetto dove potrai trovare altre splendide donne interessate alla crescita personale e spirituale.

Il dono del perdono: perdonare se stessi è un profondo atto di amore

Come ti insegna il Modello del Successo, se vuoi crescere come persona e creare la realtà che desideri, il primo passo da compiere è assumerti la responsabilità di ciò che ti accade e smetterla di dare la colpa ad altro quando le cose non vanno come vorresti.

Tuttavia, se da una parte questo atteggiamento ti aiuta a prendere in mano le redini della tua vita, assumersi le proprie responsabilità cela anche un lato oscuro che può rivelarsi molto doloroso: il senso di colpa.

Forse ti è già capitato di riflettere a lungo su una scelta presa o un’esperienza vissuta, rimuginando su quello che avresti potuto fare di diverso o rimproverandoti di non aver fatto abbastanza in quella determinata situazione. Magari a volte hai anche creduto che le cose non sono andate come speravi solamente a causa tua e ti sei sentita l’unica responsabile di tutti i tuoi mali, e magari pure di quelli degli altri. Ci ho preso?

Tranquilla, tutto questo è accaduto anche a me e a molte delle clienti che ho seguito nel corso degli anni. Ci intestardiamo a voler capire dove abbiamo sbagliato e che cosa avremmo potuto fare meglio, continuando a cercare un comportamento da demonizzare o una mancanza da colpevolizzare.

Come forse avrai notato, questo approccio non sortisce MAI gli effetti sperati, anzi! Ti fa sentire sempre peggio, poiché ti porta a rivolgere verso di te una grande quantità di rabbia, rancore e insofferenza.

Piuttosto che auto-colpevolizzarti, biasimarti e perfino condannarti, è molto più utile imparare ad accettare quello che è stato e concederti il perdono che ti meriti.

Se stai riscontrando delle difficoltà in questo processo, resta con me e procedi nella lettura. Scoprirai cosa significa davvero perdonarsi e come lavorarci sopra, così che eventualmente tu possa supportare anche una tua potenziale cliente a fare lo stesso.


Il per-dono di sé

Composto dal rafforzativo 'per' (completamente) e dal verbo 'donarsi', dal punto di vista etimologico perdonarsi significa concedere con amore ed impegno un dono a sé stessi, più precisamente il dono del perdono.

Spesso le persone contro cui ci accaniamo maggiormente siamo proprio noi, attraverso il nostro modo di parlarci e il nostro modo di relazionarci con noi stesse. Ci ritroviamo a criticarci e a dirci cose poco gentili, come “Che stupida che sono stata!”, “Che imbranata!” o peggio ancora "Sono proprio una buona a nulla".

Così facendo, però, generiamo un serie di pensieri e di convinzioni che talvolta sono talmente subdoli da sfuggire alla nostra attenzione, finendo per influire sempre più negativamente e profondamente sulla nostra anima e quindi sulla nostra vita.

Ecco dove entra in gioco il perdono di sé. In queste condizioni di mancanza e scarsità, la scelta di perdonarti è necessaria per proseguire nel tuo percorso di crescita e guarigione, poiché ti consente di acquisire una visione più equilibrata della realtà e ti aiuta a riconoscere la necessità di rinunciare a punire “il responsabile dell’accaduto” e mostrarti più indulgente verso te stessa.

Da dove partire

Questo è senza dubbio un processo che richiede tempo, pratica, empatia e compassione. Ma perdonarti diventa sempre più possibile quando inizi ad incamminarti verso l’accettazione di quello che sei, compresi i tuoi limiti ed i tuoi errori.

Tutto questo è cruciale, perché quando ti muovi dalla posizione di colpa e risentimento nei tuoi confronti, e ti dirigi verso l’auto-accettazione, compi un primo passo per riconciliarti con l’immagine negativa che hai di te e prendi consapevolezza di essere fallibile e al contempo meritevole di rispetto e di amore.

In quest’ottica, l’obiettivo del perdono di sé è proprio quello di rivolgere al nostro interno le attenzioni e le cure di cui abbiamo sempre avuto bisogno, fin da piccole, e onorare il valore intrinseco che è dentro ognuna noi, compiendo un grandissimo atto di amore verso noi stesse.

Il tuo rituale

Per poter perdonare te stessa devi dedicarti al perdono. Quindi è necessario che tu ti prenda del tempo per ripensare a tutti i momenti passati in cui, per un motivo o per un altro, non ti sei voluta bene, non ti sei presa cura di te stessa, hai ignorato i tuoi bisogni, hai provato rabbia nei tuoi confronti o ti sei trattata duramente per una scelta poco consapevole o un errore commesso.

Una volta che li avrai individuati, procedi ripetendo questa espressione simbolica:

Mi perdono per essermi trattata in questo modo. Riconosco che non è stato utile. Riconosco che purtroppo è capitato. Ma mi perdono e lascio andare ogni risentimento verso me stessa.

Puoi adeguare la formula a qualsiasi situazione o sensazione che vuoi lasciare andare. Puoi anche prendere il tuo journal e scrivere lì ciò per cui vuoi perdonarti, scrivendo una lettera di perdono a te stessa e conservarla per le volte in cui sarai tentata a sentirti in colpa o auto-punirti.

L’importante è che tu ti disponga a ricevere questo dono prezioso, perché se continuerai a restare ancorata a ciò che ti sei detta o ti sei fatta e a trascurare l’imprescindibile rapporto di amore con te stessa, non potranno manifestarsi le giuste condizioni per un futuro migliore.

Allora ti invito a praticare il perdono attraverso questo esercizio, che puoi utilizzare anche con un eventuale cliente. Poi ritorna nel qui e ora, coltivando l’auto-consapevolezza dei tuoi pensieri, emozioni, intenzioni e azioni. Questo ti aiuterà a non ricadere nei tuoi soliti schemi e costruirne di nuovi, più sani e costruttivi per te stessa e per chi ti sta intorno.


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Come ritrovare il significato della vita

Qual è il significato della vita? Tutti noi cerchiamo di dare un senso alla nostra vita: c’è chi lo cerca nella carriera, chi nel volontariato, chi ancora cerca di lasciare un segno tangibile del proprio passaggio nel mondo attraverso la scienza o l’arte.

Come sostiene Gabriel Gonsalves, esiste anche un altro modo per dare significato alla propria esistenza: percorrere il sentiero del cuore.

Gonsalves descrive questo sentiero come il viaggio che s’intraprende nel momento in cui si sceglie di inseguire i propri sogni, e di provare a realizzare ciò che si desidera veramente.

Si tratta di un percorso di coraggio e di crescita personale, che ci impone di uscire dai binari in cui noi stessi avevamo costretto la nostra vita per fare qualcosa di diverso, di più grande – per andare incontro al nostro destino.


Come spiegato in Forgia il tuo Destino, è un percorso di continua crescita, dove tutti siamo studenti, tutti continuiamo a imparare, giorno dopo giorno. Si tratta di una strada che non finisce mai davvero, perché non dobbiamo mai smettere di migliorarci e di metterci alla prova.

Anche tu, fin da subito, puoi iniziare un percorso di autoaffermazione e di crescita personale che ti porti non solo a stare meglio con te stessa, ma anche a cogliere tutte le opportunità che la vita ti metterà davanti. Vediamo come.

Trovare il significato della vita è un percorso egoistico?

Innanzitutto bisogna chiarire che un percorso del genere è senza dubbio egoistico – parola che nella nostra società ha assunto un significato sempre più negativo. In realtà, si tratta di un viaggio alla scoperta di te stesso, che dunque non può che essere centrato su di te; è un percorso che nasce dal volerti bene, e che ti porta a crescere e migliorarti.

In questo senso, il fatto che sia un percorso egoistico non può che essere visto in modo positivo: se fai qualcosa per migliorarti, il tuo rapporto con gli altri non potrà che beneficiarne.

Allora quello che ti rimane da capire è se sei sulla strada giusta: Ti stai volendo abbastanza bene? Stai credendo abbastanza in te stessa? Stai inseguendo i tuoi sogni?

Non è facile dire quale debba essere il percorso giusto, perché varia da persona a persona, ma si può senza dubbio dire qual è il percorso sbagliato: vi sono infatti degli errori da evitare se desideri seguire il percorso del tuo cuore.

Riconosci la strada sbagliata

Non commettere l’errore di voler seguire un percorso predefinito, scritto da qualcun altro per te: il viaggio della tua vita è unico e nessuno può compierlo al tuo posto. Se tutto ti sembra già scritto, già deciso, già pensato, allora probabilmente sei sulla strada sbagliata.

Il percorso si costruisce giorno per giorno e dipende da ogni tua azione e decisione: certamente questo può fare paura, ma al contempo è anche ciò che lo rende davvero unico e appagante.

Apriti al confronto con le tue paure

Un altro errore che puoi compiere consiste nel temere il confronto, che sia con le tue paure oppure con gli altri. Non guardare in faccia le proprie paure significa non uscire mai dal proprio guscio, rimanendo al sicuro circondati da ciò che conosci e che è familiare.

Questo però significa anche non metterti mai alla prova, magari per paura di non essere all’altezza: ad esempio non parlando una lingua straniera all’estero per timore di brutte figure, rinunciando a un’occasione per parlare in pubblico oppure evitando di chiedere un aumento anche quando hai la certezza di meritartelo.

Liberarti dalle tue paure significa correre dei rischi, certo: bisogna però mettere questi rischi in prospettiva, e capire che nella maggior parte dei casi, il peggior risultato possibile è comunque accettabile. Inoltre, quelli che a prima vista sembrano dei limiti, possono rivelarsi dei punti di forza.

Impara a dire di no

Un altro confronto che spesso viene evitato è quello con le persone; pur di non offendere nessuno, puoi ritrovarti a non dire mai di no e dunque a trovarti in situazioni che non avresti mai desiderato.

Seguire il percorso del cuore significa anche imparare a dire di no, a non fare sempre quello che gli altri si aspettano da te e dunque a riguadagnare la tua autonomia: per quanto possa sembrare poco intuitivo, agire così non solo ti aiuterà a rimanere sulla tua strada e ad essere più produttiva, ma anche a riguadagnare il rispetto degli altri, che ti vedranno come una persona capace e decisa.

Cerca il supporto di altri

Non devi però cadere nell’errore opposto, e pensare che sia possibile percorrere il tuo percorso rimanendo da solo e senza mai appoggiarti a qualcuno: tutti coloro che, nella storia e nella letteratura, hanno intrapreso un percorso di formazione hanno avuto al loro fianco un maestro che li ha guidati, è stato al loro fianco e ha poi lasciato che aprissero le proprie ali. Frodo ha avuto Gandalf, Luke Skywalker ha avuto Obi Wan Kenobi e così via.

Nessuno pretende che tu ce la faccia da sola, e saper riconoscere quando hai bisogno di aiuto è già un risultato notevole. Può quindi essere utile ricorrere all’aiuto di un coach professionista, oppure trovare un mastermind – un’alleanza di cervelli – per condividere con altri il tuo percorso e per trovare supporto reciproco.

Definisci obiettivi realistici e metticela tutta

Allo stesso modo, devi avere delle aspettative realistiche e prendere in considerazione la possibilità di un insuccesso, senza tuttavia lasciare che la paura di fallire possa frenarti: nessun percorso è scevro da ostacoli, e non è realistico pensare che non farai mai un errore, che non devierai mai dal percorso che hai scelto.

La cosa importante è ritornare subito in carreggiata, evitando che un singolo errore definisca la tua identità e ti condizioni per sempre.

E se ci fosse una via più facile?

Se il percorso ti sembra troppo facile, se non ci sono errori né fallimenti, allora probabilmente sei sulla strada sbagliata.

Secondo Gonsalves, il percorso giusto non è mai quello facile, ma prevede lunghi periodi difficili in cui ti sembra che i tuoi sforzi non vengano ripagati; eppure, si tratta dei momenti più formativi, di quelli in grado di insegnarti di più.

Allo stesso modo, la fatica rende ancora più dolce il successo, ed è per questo motivo che quando esso arriva non dimenticare mai di celebrarlo e di festeggiarlo: il tuo percorso infatti non deve essere fatto solamente di dolore e fatica ma anche di gioia e di vittoria, alle quali va riconosciuto il giusto ruolo.

Il percorso del cuore

Il percorso del cuore può fare paura e può richiederti di uscire dalla tua zona di comfort, tuttavia può anche essere in grado di regalarti soddisfazioni che non hai mai provato prima e ridarti il significato che cercavi nella tua vita.

Quando decidi di intraprendere questo viaggio, non dimenticare la cosa che conta di più: il tuo cuore. Un percorso esteriore non serve a nulla se a esso non abbini anche un percorso interiore di conoscenza, che ti porti a riflettere e a meditare sulle tue azioni e su ciò che desideri dal tuo futuro, con la consapevolezza che se t’impegnerai abbastanza, riuscirai a ottenerlo.

Stai seguendo il percorso del tuo cuore? Stai seguendo i tuoi sogni? Che cosa ti piacerebbe fare nella tua vita? Raccontamelo nel gruppo Shine your Light su Facebook.

Vuoi aiutare le persone ad ascoltare la voce della propria anima e a seguire il proprio cuore? Scopri come, nel percorso di certificazione per diventare coach.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sul sito anh.coach