Sindrome dell’impostore: come rimediare immediatamente

Forse anche tu sei stata vittima della sindrome dell’impostore? Quella sensazione di non essere realmente ciò che gli altri si aspettano da te?

La professoressa Amy Cuddy della Harvard Business School afferma che quella sensazione di non corrispondere a ciò che le altre persone pensano delle nostre competenze o dei nostri talenti non è così inusuale. Molti di noi l’hanno provata, anche solo in piccole proporzioni.

Si tratta, appunto, della sindrome dell’impostore. Una sindrome che, se non affrontata, può facilmente farti perdere o allontanare i clienti . Salvo poi scoprire che quelle stesse persone sono diventate clienti di altri coach o consulenti molto meno competenti di te, ma con ottime capacità di vendersi.

Ecco quindi come rimediare subito, prima che diventi un circolo vizioso dal quale sarà sempre più difficile uscire.


Ok, se sei agli inizi della tua carriera di coach o consulente, può essere normale sentirsi un po’ insicure. Se però l’idea di non essere all’altezza o di non essere capace di rispondere alle aspettative altrui continua a perdurare nel tempo, è meglio correre ai ripari.

Ricordati dei motivi del perché SÌ

Invece di perderti in mille paranoie sul perché una persona non dovrebbe lavorare con te, o su quei punti deboli che hai timore vengano scoperti, chiediti piuttosto quali sono i motivi per cui una persona dovrebbe fidarsi di te.

Se ti ostini a voler cercare le ragioni per cui sei un impostore, la tua mente seguirà le tue indicazioni e andrà a cercarli. Viceversa, se ti sforzi a chiederti l’opposto, il tuo inconscio farà in modo di trovare le risposte al perché SÌ.

Tieni a mente ciò che ti rende unica

Anche se hai meno esperienza degli altri o ti consideri troppo giovane (o non abbastanza giovane) rispetto alle tue concorrenti, considera che ciò che ti rende davvero unica è molto più della sola esperienza o dell'apparenza.

Ad esempio, la tua storia personale e le difficoltà che hai incontrato potrebbero essere d’ispirazione per molti altri.

Oppure potresti avere una caratteristica personale, un tuo modo di approcciare le cose, un aspetto unico di te che ti permette di creare la giusta sintonia di cui la cliente ha bisogno.

Magari hai delle competenze trasversali che hai sviluppato nella tua vita privata e che ti permettono di avere senso di responsabilità, spirito critico, capacità organizzative, e così via.

Che cosa hai imparato finora?

Non so te, ma a molti capita di scordarsi dei progressi fatti fino a qui. Invece di guardare alle tue mancanze, ripensa a dove eri esattamente un anno fa. Che cosa stavi facendo? Dove eri? Come ti sentivi?

E poi ritorna al presente e chiediti: quanto hai imparato in questo anno? Quanto sei cresciuta?

Se ciò non dovesse ancora bastarti, ripensa a 3 anni fa o addirittura a 5 anni.  Potresti stupirti della quantità di passi che hai compiuto, senza quasi rendertene conto!

Come te, ci sono molte persone che potrebbero trovarsi ora in situazioni che tu hai già vissuto in passato e che hai già superato! Condividere ciò che hai imparato sulla tua pelle può essere loro di grandissimo aiuto.

Che cosa hai ottenuto finora?

Tieni a mente i risultati concreti che hai già ottenuto finora. Quanti clienti (paganti o non paganti) hai già aiutato? Quante persone ti hanno già ringraziato? Quanti sorrisi hai già “provocato”?

Riguarda anche la tua biografia. Quali sono gli eventi importanti della tua vita che hai affrontato con successo? Quali sono i diplomi che hai ottenuto? Quali sono le vittorie che hai conquistato?

Non sottovalutare te stessa. Là fuori ci sono milioni di persone che NON hanno le tue competenze e che potrebbero beneficiare parecchio dal tuo aiuto!

Apprezza il tuo valore

E se qualcuno ti fa un complimento, non sminuirlo dicendo “Oh, ma non è nulla di che!” oppure “È stata solo fortuna”. Non è vero che non è nulla di che. Ti sei data da fare, ti sei impegnata, hai sudato 7 camicie per arrivare dove sei ora!

Anche io mi sminuivo spesso, addirittura mi sentivo a disagio nel ricevere complimenti. Sono stata educata alla modestia e anche solo accettarne uno mi faceva sentire come una persona che se la tira. Dentro di me credevo che chiunque sarebbe stato in grado di fare ciò per cui ricevevo un complimento.

Il punto è che non devi sempre metterti a confronto con le altre. Accetta con gratitudine i complimenti e impara ad apprezzare appieno il tuo valore. Vedrai come può farti bene al cuore.

Sei abbastanza così come sei

Anche se ti sembra che ti manca questo o ti manca quello per diventare la persona che vuoi essere, tu sei già abbastanza, esattamente così come sei ora. Certo, puoi sempre imparare più cose, fare più esperienza, ottenere più risultati.

Ma in qualunque momento, tu sei una persona completa. Pensa ad esempio al seme del tuo fiore preferito. È completo, così come è. E quando viene piantato e iniziano a spuntare le prime foglie, anche allora è completo. Quando poi iniziano a spuntare i primi boccioli, è completo. Quando fiorisce è completo.

Anche tu sei completa, in qualunque fase della tua vita. E avere un’attività in proprio è un percorso, bello proprio perché continui a crescere e a evolvere.

Ricordati, se non sei tu a credere in te stessa e nelle tue capacità in primo luogo, non saranno certamente le tue clienti a farlo. Anzi! Percepiranno l’incertezza nella tua voce e, non avendo prova delle tue realtà capacità, potrebbero facilmente farsi un’idea sbagliata (e rivolgersi alla concorrenza).

Metti in pratica questi suggerimenti e sii gentile con te stessa.


Quando sei stata vittima della sindrome dell’impostore? Che cosa hai fatto? Raccontacelo nel gruppo Shine Your Light su Facebook, vieni a trovarci!

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Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su anh.coach

Uscire dalla zona di comfort: il metodo delle 5 R

Uno dei salti nel buio più grandi che ho fatto per uscire dalla mia zona di comfort è stato quando, nel 2014, ho deciso di lasciare un lavoro sicuro, la mia famiglia e gli amici per trasferirmi a Singapore. Mi sono reinventata e ho creato la mia attività da zero.

Recentemente mi è capitato di tornare in questa città per una visita di lavoro e ciò mi ha dato da pensare: perché se allora non avessi preso quella decisione, tutte le cose che ho creato nel corso del tempo non esisterebbero.

Allora, oggi ti racconto le 5 R che mi hanno aiutata ad uscire dalla zona di comfort.


Una delle cose che mi ha aiutato tantissimo è stata una frase detta dal mio docente di allora, dopo aver terminato la formazione per diventare coach. Ovviamente pensavo: “Finita la formazione, adesso finalmente sono coach. Quindi esco sul mercato e andrà tutto bene!

Invece lui ci ha detto: “Oggi è un giorno molto importante perchè, su 10 di voi che si certificano, in realtà solo 1 o 2 riusciranno a fare davvero quello che vogliono fare".

Sul momento non sono riuscita a capire cosa intendesse, così spiegò meglio: “Su 10 persone, 8 o 9 rimarranno nella loro zona di comfort, rimarranno nella mediocrità e quindi non riusciranno a diventare coach.” Fu uno shock!

1. Il punto di partenza: Responsabilità

Per diventare coach, stava a noi decidere di non rimanere sul fondo, ma di puntare in alto.

E per fare questo bisogna prendersi la responsabilità: solo tu puoi scegliere di avere il controllo di quello che fai e, anche se le cose possono sembrare difficili, solo tu hai l’abilità di rispondere agli eventi e fare qualcosa per cambiarli.

Questo è un concetto bellissimo perché se la responsabilità fosse di qualcun altro, vorrebbe dire che noi non avresti alcun controllo su te stessa!

2. Pensare al contrario: Reverse engineering

La seconda cosa che mi è servita molto si chiama reverse engineering, che in italiano suona come “ingegneria al contrario“. Quando sei agli inizi e vuoi creare un business, c'é la tendenza a vedere le cose come se fossero sempre troppo difficili, grandi e spaventose.

In questo caso è utile iniziare ad immaginarti dove vuoi arrivare tra 1, 2 o 3 anni. Riuscire a visualizzare nel modo più concreto possibile quello che starai facendo e, da lì, tornare indietro a piccoli passi.

Questa mentalità permette di analizzare i vari step intermedi: cosa dovrò aver fatto tra 2 anni se tra 3 anni voglio aver raggiunto il mio grande obiettivo? Se tra 2 anni voglio aver ottenuto determinati risultati, cosa devo fare nel primo anno? E così via.

E’ importante che l’obiettivo che ti poni sia per te fattibile e in grado di portarti esattamente là dove vuoi arrivare. Questo ti è utile per prendere consapevolezza del fatto che ogni piccolo passo non è fatto a caso ma è in funzione della direzione in cui desideri andare.

3. Tutto è Relativo

La terza R che mi è stata utile è relativizzare. Quando abbiamo paura di fare qualcosa tendiamo a paragonarla alle altre cose che sappiamo già fare. Di conseguenza la vediamo come qualcosa di spaventoso perché non la sappiamo ancora fare.

E’ come se vedessimo una pallina da tennis e una biglia, ovviamente la pallina da tennis ci sembra più grande! Ma se mettiamo la pallina da tennis a fianco di una palla medica, ecco che diventa piccola.

Ricordo quella volta in cui dovevo tenere il mio primo corso in lingua inglese a Singapore. Ovviamente me la facevo sotto perché a quei tempi non sapevo ancora parlare bene l'inglese. Parlare davanti ad un pubblico e fare formazione in inglese mi spaventava tantissimo!

Mi faceva paura perché confrontavo quell'evento con la mia situazione presente, in cui facevo formazione in italiano. Poi però mi sono resa conto che il formatore che mi aveva proposto di tenere questo corso parlava davanti a pubblici di 5.000 persone!

Così ho pensato “Cavoli, io me la faccio sotto per tenere un corso di pochi minuti in inglese ad un gruppo di 20 persone, mentre lui è in grado di fare delle conferenze davanti a così tante persone“.
Nel confronto ho capito che la mia paura non era nulla di grande. Sarebbe stato molto più spaventoso dover parlare davanti a 5.000 persone. Ho relativizzato la paura.

4. Il Rigetto come terapia

Anche la rejection therapy è uno degli approcci che più mi hanno aiutata. Durante una serata fra amici si parlava di questa terapia del rigetto: una sorta di gioco in cui, tutti i giorni per 30 giorni di fila, bisogna fare qualcosa in modo che qualcuno ci dica di NO.

L’inventore di questo metodo si è reso conto che più ci esponiamo al no, cercando consapevolmente di fare in modo che le persone ci dicano di no, e più ne diventiamo immuni.

Questa cosa mi ha colpito molto perché una delle cause che ci impediscono di uscire dalla zona di comfort è proprio la paura che le persone ci dicano di no, ci respingano e ci critichino. Quando ci mettiamo a cercare il no essendo consapevoli che fa parte del gioco, ecco che il rigetto fa meno paura.

L’esperimento in prima persona

Quella stessa sera, una volta tornata a casa, ho subito messo in pratica questa teoria con alcune persone importanti che volevo intervistare per il libro che stavo scrivendo. In particolare ho inviato la proposta ad un autore di un libro che apprezzavo molto.

Indovina cos’è successo? Questa persona non solo mi ha detto di no, ma mi ha anche comunicato di avercela con i coach e che per niente al mondo avrebbe voluto essere menzionato in un libro di coaching!

Ricordo che la sua risposta fu come una pugnalata per me, ero agli inizi e già mi facevo mille paranoie di ogni tipo. Eppure, dopo esserci inizialmente rimasta male, mi sono accorta che grazie a quell'esperienza ho sperimentato che cosa si prova a ricevere un no. Quindi ho deciso di andare avanti senza timori, proponendo ad altre persone di essere intervistate.

Questo mi ha permesso di immunizzarmi, di vaccinarmi contro la paura del rigetto. Se introduci nel tuo mindset il rifiuto non come paura ma come qualcosa a cui abituarti, riesci a sbloccarti e a fare molte più cose di ciò che mai avresti immaginato. Mal che vada avrai fatto un punto in più al gioco del rigetto.

5. Cambia prospettiva, con il Reframing

L’ultima R di cui voglio parlarti è quella del reframing.

Quando abbiamo paura di uscire di sbagliare, questa sensazione di blocca, ci impedisce di compiere delle azioni che invece ci aiuterebbero. Se al posto di associare il blocco alla paura la associassimo a un’azione positiva, ecco che la paura diventerebbe un motivo in più per uscire dalla zona di comfort.

E’ come se, ogni volta che cominci a provare paura, invece di fuggire ti dicessi “Ecco, se provo paura vuol dire che qui c’è qualcosa di bello per me, significa che oltre la mia zona di comfort c’è qualcosa di utile”.

Usa la paura come stimolo per andare avanti invece che come freno. La paura non passerà mai del tutto: ad ogni stadio della nostra vita, prima o poi, capiterà di provare nuovamente paura. Ma sta sempre a noi decidere cosa fare con quella paura.

La prossima volta che sentirai paura, invece di reagire subito scappando o provando ad eliminarla, cerca di ascoltarla e a capire cosa ti sta dicendo. C’è sempre un risvolto positivo, un’opportunità dietro alla paura ed è nostro compito sfruttarla per fare in modo che diventi nostra alleata e non un ostacolo!

Quindi, tu che cosa decidi di fare?

A proposito, se il tema ti affascina e vuoi aiutare le persone ad integrare le proprie paure, dai un'occhiata al percorso di certificazione per diventare coach.

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